Intervista a Luca Buscemi, capitano della Cruseta presso il campo da calcio della squadra del nostro oratorio, l’Amatese.

Da quanto fai il capitano della Cruseta?

«Sono capitano da due anni. Io facevo parte della Rubina fino a pochi anni fa, ma non ne ero il capitano. Ho sempre partecipato ai giochi della Rubina, fino al 1997, poi mi sono trasferito a Paderno e sono uscito da Cassina Amata. Nel 2000 sono tornato a Cassina Amata, ma ora faccio parte della Cruseta. Non mi aspettavo di fare il capitano, ma ne sono contento. Me l’hanno chiesto l’anno scorso e ho detto che con l’Amatese mi rimaneva poco tempo, ma che avrei fatto il possibile. Mi hanno detto “Tranquillo, tu non devi fare nulla”… non è andata proprio così!».

Ma adesso preferisci Cruseta o Rubina?

«Ora tifo per la Cruseta, ma la Rubina rimane sempre la mia seconda contrada».

Ma tu qui fai l’allenatore?

«Io facevo l’allenatore dei ragazzi della vostra età. Avevo iniziato a Paderno, dove giocava mio figlio Daniele, 11 o 12 anni fa. Poi ci siamo trasferiti e siamo entrati nell’Amatese, che ho seguito prima come allenatore e poi come dirigente. Ho fatto l’allenatore solo un paio d’anni. Ho scelto una strada differente e c’è qualcun’altro che fa l’allenatore. Io sono responsabile tecnico della “Open”. Seguo i ragazzi grandi, sono il loro coordinatore: organizzo la squadra, seguo i loro calendari e devo controllare come si comportano.Nel direttivo della società, quando vedo cose positive, e non parlo dei risultati, quando vedo un comportamento giusto e si mette in pratica quello che si è imparato sono contento, invece quando vedo comportamenti sbagliati, come un compagno che critica un altro compagno, allora ci rimango male.Spesso i più grandi sono più difficili dei piccoli da seguire perché capita che diventino dei bimbetti di 4 o 5 anni quando entrano in campo».

Com’e’ nata l’Amatese?

«L’Amatese ha avuto tre presidenti principali: Cincotto, il Bepi, che adesso non c’è più purtroppo, poi Reali, quello della ditta sulla Comasina e Colombo.Una persona che ha permesso tutto questo è Don Enrico Molteni. Dove c’è il semaforo c’era un cancello vecchio e poi era tutto sterrato. La casa del Don era vecchia e poi c’era solo tutto lo sterrato del campo da calcio, fino a qui dietro. Don Enrico, un po’ per volta, trovando i soldi ha creato l’oratorio dove c’e’ il bar, poi casa sua e tante altre cose che ancora ci sono e usiamo».

A che torneo partecipa l’Amatese?

«Ci sono due federazioni, quella CSI e quella FGCI: la Federazione gioco calcio italiano.Il CSI, che è un comitato di Milano, raggruppa soprattutto gli oratori che comunque non sono inferiori di livello. Noi con l’Amatese siamo iscritti a tutte e due le organizzazioni, con alcune squadre ad una con altre squadre all’altra».Da piccolo giocavi a calcio?«Ho fatto karate e calcio fino a 14 anni e mezzo. Quando avevo 6 o 7 anni qui non era così. Il campo era sempre lì dove adesso, gli allenamenti li facevamo dove adesso c’è il tendone e dove c’è il campetto da basket era tutto sterrato e poi c’erano due spogliatoi molto vecchi».

Quanti anni hai adesso? Hai dei figli?

«Ho compiuto 49 anni a Gennaio, ho due figli Daniele di 18 anni e Davide di 15».

Che lavoro fai?

«Faccio l’autista e controllore ATM. Ho iniziato a lavorare a 15 anni e due mesi. C’erano delle scelte da fare; a me piaceva andare a scuola… ma non mi piaceva studiare. Dopo le medie ho studiamo all’alberghiera. Più perché mi piacesse giusto perchè ci andava un mio amico. Dopo un po’ ci mio papà mi disse ‘Se vai solo a perder tempo fai altro, vai a lavorare.’

Da giovani non si ragiona tanto, ho detto “Vado a lavorare.”il lunedì è stato il mio ultimo giorno di scuola, il mercoledì ero su un tetto in un cantiere. Ho lavorato lì per 9 anni.

A volte, ragazzi, si hanno delle possibilità ma bisogna ragionare e non reagire di pancia, bisogna valutare bene le scelte che si fanno sul proprio futuro e magari farsi consigliare».

Per fare il controllore ti alzi a un’ora normale o presto?

«Noi facciamo i controllori in straordinario. Prima fai le tue ore di guida e poi fai il controllore. Quando fai il turno di mattina ti alzi comunque presto, alle 4:40, 5:00 al massimo, poi si inizia il turno alle 5:30 o alle 6:00».

Per lavoro che tratta fai?

«Adesso lavoro a Monza, ho lavorato per 14 anni per una azienda di Milano, facevo mare e montagna, praticamente tutto il nord. Negli ultimi 10 anni sono a Monza».

Poi ci ha spiegato alcuni degli oggetti che avevamo messo lì per farceli vedere e spiegarli:

– dei palloni di misure diverse, perchè i bambini non potrebbero usare un pallone grande come quello degli adulti;
– i colori sociali dell’Amatese, il giallo e il verde, che ci ha spiegato ricordano quelli di Palazzolo, e che il terzo colore delle maglie è il blu;
– la bandiera dell’Amatese, su cui Luca ci ha fatto notare che sono riportati i simboli delle quattro contrade di Cassina Amata;
– la maglietta con il simbolo dell’Amatese scelto con un sondaggio: un riccio.
– scarpe diverse con tacchetti diversi per i diversi tipi di campo, asciutto o bagnato, in erba o sintetico;

L’Amatese ha vinto qualche torneo?

«In passato era una società forte. Giocava addirittura in promozione, erano calciatori semi-professionisti, un livello abbastanza alto. Negli anni si è conservata bene perché c’era sempre un numero consistente di piccoli. Abbiamo circa 100 ragazzi di diverse categorie, dai 5-6 anni agli adulti, che adesso sono una cinquantina. Quando ero ragazzo, qui è venuto a giocare anche Mazzola, il figlio. E sono venute anche le giovanili di Inter e Milan. Quello che si vuole fare qui è ricreare una buona società. E’ una società che ha una storia, quest’anno sono 50 anni che esiste».

Avete incontrato anche squadre forti?

«L’importante è avere un approccio sano allo sport, farlo in modo determinato e che le cose siano fatte bene per tutti, in modo che ci si diverta. Lo sport ha senso se ti diverti, se no non ha senso».

Per te e’ importante essere formati dal punti di vista sportivo?

«E’ importantissimo, ma non solo a livello fisico, anche e soprattutto a livello comportamentale. La prima cosa che arriva quando entri in campo è il comportamento con le persone, il rispetto per l’allenatore, per le persone che curano il centro. Qui siamo quasi tutti volontari, ma non conta, pagati o no, quando uno si comporta bene, quando rispetta compagni e avversari, allora di problemi non ne avrai. Magari ci saranno situazioni con qualcuno che ti provoca, ma se sei abituato a un comportamento sano, riesci a risolvere anche quelle situazioni».

Cosa cambia tra allenare i bambini o gli adulti?

«Per i bambini devi avere delle conoscenze specifiche, puoi correggere gli errori, ma già a 10-11 anni diventa difficile correggere, come corre, come calcia.

Ci vuole più impegno da piccoli, ci sono cose che devi fargli apprendere gradualmente negli anni e che col tempo lo formano. Non ti puoi improvvisare con i bambini, con gli adulti è un po’ diverso.

Una cosa che insegniamo sempre ai bambini quando facciamo le riunioni di inizio anno è “Il ragazzo deve farsi la borsa da solo”. Lo scopo è che i ragazzi devono essere consapevoli di quello che fanno, devono prepararsi la roba, non che ce l’hanno solo perchè la mamma l’ha messa in borsa. La colpa è anche dei grandi che li abituano così! Invece dovrebbero controllare la borsa la borsa una volta, ricordare di aver messo tutte le cose due volte, ma se poi il ragazzo si dimentica le mutande, non succede niente, quando va a casa e se le mette. Se non ha il sapone, non fa niente se lo fa prestare, anche questo vuol dire essere una squadra. Un ragazzo che viene qui, deve essere autonomo».

Preferisci sport di squadra o individuali?

«Per come sono fatto io, assolutamente gli sport di squadra. Nella vita tutto diventa un gioco di squadra. Avrai sempre delle persone con le quali legare e con cui portare le cose avanti assieme in un modo positivo».

Ci sono anche femmine che giocano?

«Fino all’anno scorso avevamo anche la squadra di donne, dai 21-22 fino di 40. L’abbiamo avuta per 3 o 4 anni. Ora non ci sono più hanno scelto di andare via l’anno scorso. Per gli spogliatoi hanno aree riservate, ma in campo fino ai 10-11 anni possono giocare assieme. La nostra squadra femminile se ne è andata perché c’erano cose che volevano che la società non poteva dar loro, siamo comunque una squadra legata all’oratorio e bisogna tenere comportamenti di un certi tipo».

Ma il Don gioca?

«Sì, Don Andrea gioca a calcio. L’anno scorso è anche entrato in campo. Don Enrico, su ci sono anche le foto, entrava in campo con la tonaca e menava pure!!.

Le nostre impressioni su Luca Buscemi sono state:

  • ci ha dato lezioni di vita molto belle e interessanti;
  • ci è piaciuto che da piccolo giocava a calcio ed adesso organizza gli altri perché giochino;
  • è stato interessante conoscere come si è formata l’Amatese e la storia della squadra;
  • non sapevamo che sul simbolo dell’Amatese ci fossero i simboli delle nostre contrade.

Grazie Luca per la disponibilità nel raccontarci un po’ di te e per la saggezza dei tuoi consigli.

Luca, ci vediamo in campo!

I giornalisti de “il Palio Junior”


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